Eh no… Non avete letto male. Il titolo di questo articolo non è una battuta malriuscita ma la consapevolezza di un cambiamento sociale e culturale in atto all’interno di un panorama nazionale che registra come un soggetto giovane su tre sia scettico e preoccupato all’idea di avere figli e di come lentamente, ma neanche tanto, oramai si sia instaurata l’idea di “ripiegare” su un affetto “alternativo”. Infatti gli animali da compagnia sono presenti ovunque e sempre con noi: al ristorante, in vacanza, al bar e hanno sempre più spazi e prodotti tutti per loro per i quali gli italiani spendono oltre 7 miliardi l’anno.
Verifichiamo la crescita di vere e proprie professioni come i “dog sitter”, saloni di toelettatura che sono vere e proprie boutique, strutture di lusso loro dedicate come i “dog relais” e sempre più spesso vediamo per strada e al parco carrozzine dalle quali non si scorgono i piedini di un bimbo ma un musetto peloso.
Infatti in Italia le nascite da gennaio a luglio 2025 hanno registrato un dato allarmante: meno 13.000 neonati rispetto allo stesso periodo del 2024 che già, a sua volta, era stato catastrofico con appena 369.000 nascite.
Basterà riportare qualche dato per capire la portata del fenomeno: oggi in Italia ci sono soltanto 4 milioni e 700mila bambini nella fascia d’età compresa tra 0 e 10 anni a fronte di 9 milioni di cani domestici e 12 milioni di gatti e se consideriamo anche uccelli, rettili e pesci, secondo l’ultimo rapporto Assalco-Zoomark punto di riferimento per il mercato del petfood in Italia, la popolazione complessiva di “pet” tocca quota 65 milioni ossia più della popolazione residente in Italia.
Lo studio dell’Università Eötvös Loránd pubblicato su European Psychologist evidenzia, come gli animali domestici offrano un’alternativa simbolica alla genitorialità soddisfacendo bisogni affettivi e di accudimento in modo più compatibile con la vita moderna: in altre parole gli animali domestici sono considerati veri e propri membri della casa che offrono compagnia, affetto e la possibilità di formare legami profondi senza le complesse implicazioni economiche, lavorative e logistiche dell’avere figli. Per molti potrà sembrare assurda una situazione del genere eppure i dati parlano chiaro: c’è una trasformazione sociale che sta prendendo una direzione ben definita e, in ogni caso, non è saggio ignorarla.
Possiamo parlare di un’amore alternativo che senza importanti strumenti di welfare come orari flessibili, nidi aziendali di prossimità, voucher baby-sitter, estensione del part-time e del congedo parentale, smart working o assistenza per l’infanzia, rimarca come per molti giovani l’ipotesi di diventare genitori appaia spesso una scelta insostenibile.
Ciò spiegherebbe il calo demografico che da anni registra una natalità in diminuzione che di certo non viene incentivata dal rialzo dei prezzi di tutti i prodotti, di prima necessità e non, con il quale ci stiamo confrontando da almeno cinque anni e da una rete infrastrutturale sia pubblica che privata che appare insufficiente nell’offerta dei servizi quando inaccessibile economicamente.








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